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Attaccamento evitante: cos'è, come si riconosce e come superarlo

Hai bisogno di spazio, ti chiudi quando l'altro si avvicina, fai tutto per conto tuo. Cos'è l'attaccamento evitante, da dove viene e come si cambia, se l'evitante sei tu.

Di Sara·7 fonti verificate

Guida divulgativa: non è una diagnosi e non sostituisce il parere di uno psicologo o di un medico.

Attaccamento evitante: cos'è, come si riconosce e come superarloTest gratuito · 3 minTest dello stile di attaccamento
In breve

L'attaccamento evitante è uno stile di legame in cui, quando una relazione si fa vicina, ti senti più al sicuro tenendo le distanze: fai da te, minimizzi i bisogni, ti ritiri quando qualcuno si avvicina troppo. Non è una diagnosi né freddezza di carattere: è un modo di proteggersi imparato, di solito, quando i bisogni emotivi trovavano poca risposta. Si riconosce da esempi concreti, come cambiare discorso sui sentimenti o sentirsi soffocare dopo un weekend insieme, e si può allentare un passo alla volta anche scrivendo: il diario dei momenti in cui ti chiudi, il nome del bisogno sotto l'indipendenza, piccoli esperimenti di vicinanza annotati prima e dopo.

Cos'è l'attaccamento evitante?

L'attaccamento evitante è uno stile di legame in cui la vicinanza emotiva mette a disagio e la sicurezza si cerca nell'autonomia. Chi lo ha tende a contare su di sé, a minimizzare i propri bisogni e a ritirarsi quando una relazione si fa intensa. Non è una malattia: è un modo appreso di regolarsi nei legami.

«Attaccamento evitante», «attaccamento insicuro evitante», «stile di attaccamento evitante»: sono nomi diversi della stessa idea, che nasce dalla psicologia dello sviluppo. Lo psichiatra John Bowlby osservò che i bambini si legano a chi si prende cura di loro come a una base sicura, da cui esplorare il mondo e a cui tornare. Mary Ainsworth, che lavorò con lui, ideò la «Strange Situation», una procedura di laboratorio con brevi separazioni e ritorni del genitore, e descrisse modi diversi di reagire. Uno è quello che chiamò evitante: bambini che nella separazione mostravano poco turbamento e che, al ritorno del genitore, tendevano a evitarlo.

Nel 1987 Cindy Hazan e Phillip Shaver proposero di guardare con la stessa lente l'amore tra adulti: un legame di attaccamento, come quello tra bambino e genitore, ma tra due persone adulte (Hazan e Shaver, 1987). Per capire dove ti collochi puoi fare il test dello stile di attaccamento: tre minuti, gratuito.

Oggi la ricerca descrive le differenze tra le persone soprattutto con due dimensioni (sul tema, la rassegna di Fraley e Shaver, 2000, discute i modelli delle differenze individuali nell'attaccamento adulto): l'ansia, cioè quanto temi di perdere chi ami, e l'evitamento, cioè quanto ti mettono a disagio l'intimità e il dipendere da qualcuno. Si parla di attaccamento evitante quando l'evitamento è alto. Sono scale, non caselle: puoi essere un po' evitante o molto, e di più con una persona che con un'altra.

Sul significato: «insicuro» non è un giudizio su di te, indica solo che la fiducia nel poter contare sugli altri è meno scontata. E non è sinonimo di freddezza: chi ha questo stile spesso desidera un legame, e soffre perché la vicinanza costa tanta fatica.

Come si riconosce l'attaccamento evitante negli adulti?

Negli adulti l'attaccamento evitante si riconosce da abitudini concrete: cambiare discorso quando si parla di sentimenti, fare tutto da soli, minimizzare i bisogni, sentirsi soffocare dopo troppo tempo insieme, tenere sempre un'uscita aperta. Nessun segnale da solo basta: conta il disegno che formano nel tempo, in amore, in amicizia e al lavoro.

Chi cerca «attaccamento evitante esempi pratici» vuole scene, non definizioni. Le caratteristiche di una persona evitante non sono difetti: sono abitudini che proteggono. Le scene qui sotto sono costruite per questa guida, non sono storie vere, e non devi riconoscerti in tutte.

In amore

Qualcuno ti chiede: «Come stai rispetto a noi?». Rispondi «tutto bene, perché?», fai una battuta, oppure ti ricordi di una mail urgente. Il weekend è stato bello, vi siete detti cose vere, e la domenica sera senti il bisogno di restare per conto tuo; il lunedì ti sembra tutto «troppo». Cominci a notare difetti dell'altra persona che prima non vedevi, rimandi la convivenza e la risposta a «cosa siamo?». Se l'altra persona piange, ti irrigidisci e offri soluzioni invece di restare lì. Il ritratto completo di chi ama così è nella guida sull'evitante in amore.

Anche l'intimità fisica segue una sua strada: c'è chi sta bene nel corpo e a disagio nelle parole che vengono dopo. Non è una regola. Se invece l'evitante è la persona che ami, la guida su come comportarsi con un evitante è scritta per chi sta dall'altra parte.

In amicizia

Sei la persona su cui tutti contano, ma raccontare di te è un'altra faccenda: quando le cose vanno male dici «tutto a posto» e ti ritiri. Rispondi dopo giorni, non perché non ti importi, ma perché dopo contatti intensi ti serve sparire un po'. Non chiedi aiuto per un trasloco o una brutta giornata: «faccio da me». Il prezzo è che nessuno sa quando ti servirebbe una mano.

Al lavoro

Al lavoro l'attaccamento evitante assomiglia a una competenza: sei una persona affidabile, indipendente, senza mai un problema. Però chiedi aiuto solo quando è troppo tardi, ricevi un complimento e ti imbarazzi, ti irrigidisci quando il capo dice «parliamone insieme», e minimizzi risultati e difficoltà con un «non è niente».

La tabella mette in fila i segnali più comuni, quello che proteggono e quello che costano.

SegnaleCosa proteggeCosa costa
Cambiare discorso quando si parla di sentimentiDall'imbarazzo di esporsiL'altra persona resta con le domande, e tu con ciò che non dici
Sentirsi soffocare dopo un weekend insiemeDalla paura di dipendereDistanza proprio quando il legame cresce
Fare tutto da soliDal rischio di una delusione o di pesareStanchezza e solitudine; nessuno sa quando serve una mano
Minimizzare con un «non è niente»Da bisogni scomodi da riconoscereSi spengono anche le emozioni belle
Notare i difetti dell'altra persona quando ci si avvicinaDa un legame che diventa importanteStorie che finiscono prima di cominciare
Tenere sempre un'uscita apertaDalla paura di restare in trappolaIl legame non diventa mai un posto sicuro

Qual è la differenza tra attaccamento evitante, ansioso e sicuro?

La persona con attaccamento sicuro sta bene sia nella vicinanza sia nell'autonomia; la persona ansiosa teme l'abbandono e cerca conferme; la persona evitante teme di dipendere e prende distanza. Sono tendenze e non caselle, e possono presentarsi in misura diversa con persone diverse.

La tabella confronta i tre stili guardando cosa succede quando la vicinanza aumenta o diminuisce: descrive tendenze, non persone.

SituazioneAnsiosoEvitanteSicuro
Quando la vicinanza cresceGioia, ma anche paura che finiscaDisagio, bisogno di ariaA proprio agio
Quando l'altra persona è lontanaCerca contatto, controlla, chiede confermeProva sollievo, si distraeTollera la distanza senza allarme
Davanti a un conflittoCerca di risolvere subitoSi ritira o cambia discorsoNe parla, anche dopo una pausa
Quando ha un bisognoLo chiede con insistenza, o lo trattiene per non pesareLo minimizza e fa da séLo dice e accetta aiuto
L'idea di fondo«Il legame può finire da un momento all'altro»«Meglio contare solo su di me»«Posso fidarmi, e posso anche stare per conto mio»

Ansioso ed evitante sono reazioni opposte alla stessa situazione, ed è per questo che possono incastrarsi: uno insegue, l'altro si ritrae, e ogni mossa conferma la paura dell'altro. Se ti riconosci nella parte che insegue, leggi la guida sull'attaccamento ansioso.

L'evitamento, poi, non è tutto uguale. Bartholomew e Horowitz (1991) hanno proposto un modello a quattro gruppi, costruito incrociando l'immagine di sé e l'immagine degli altri. Nello stile distanziante l'immagine di sé è positiva e gli altri sembrano poco affidabili: «faccio da me e sto meglio». Nello stile timoroso anche l'immagine di sé è negativa: la vicinanza si desidera ma si teme, perché si pensa di venire respinti. Nei contenuti divulgativi il timoroso compare anche come «disorganizzato», termine nato per i bambini e non del tutto equivalente. Se nel tuo caso pesa anche l'idea di valere poco, il test sull'autostima è un buon punto di partenza.

Se la paura di perdere l'altra persona diventa un bisogno assoluto di conferme, può servire il test sulla dipendenza affettiva.

Da dove nasce l'attaccamento evitante?

L'ipotesi più condivisa dalla teoria dell'attaccamento è che nasca da cure poco disponibili ai bisogni emotivi: quando chiedere conforto non funzionava, o era vissuto come un peso, si impara a cavarsela da soli. Non è una colpa dei genitori e non c'è una causa sola: possono contare anche altre esperienze.

È l'idea di partenza della teoria: ciò che un bambino impara sul poter contare sugli altri dipende da come vengono accolti i suoi bisogni. Se pianto, paura o richieste di coccole trovavano risposte fredde, sbrigative o assenti, o frasi come «non è niente» e «sei grande ormai», la lezione più sensata era: meglio non chiedere, meglio contare su di sé. A quell'età aveva senso: proteggeva dal dolore di chiedere senza ricevere.

Due cautele. La prima: non è una colpa. Un genitore può prendersi cura dei figli in tutto il resto e fare fatica solo con certi bisogni. La seconda: non c'è una causa unica. Quelle che leggi sono ipotesi della teoria, non una dimostrazione valida per ogni persona, e altre esperienze, come amicizie e storie successive, possono rafforzare lo stile o allentarlo.

Un esempio, costruito per questa guida e non una storia vera. Un bambino cade giocando e corre da un genitore, che risponde «non è niente, smettila di piangere». Ripetuta mille volte, la scena insegna che le lacrime non servono. Da adulto la regola può diventare «non devo pesare». Per risalire a quelle regole c'è la guida su come scrivere al bambino interiore.

Perché chi ha un attaccamento evitante prende le distanze?

Perché, secondo la teoria, ha imparato che cercare l'altra persona non funziona, e allora abbassa il volume del bisogno. Sono le strategie di disattivazione, che nella vita di tutti i giorni possono voler dire sminuire i sentimenti, rifugiarsi nel lavoro, fare da sé. Proteggono l'autonomia, ma tengono fuori anche la vicinanza che si desidera.

Mikulincer e Shaver (2003) descrivono il sistema di attaccamento degli adulti come qualcosa che si attiva quando siamo in difficoltà e ci spinge verso chi può proteggerci. Chi ha imparato che cercare l'altro non funziona fa il contrario: spegne il bisogno. Queste mosse si chiamano strategie di disattivazione. Gli esempi che seguono sono scene quotidiane scelte da noi, non un elenco tratto dalla rassegna:

  • Sminuire. «Non è niente», «ho visto di peggio», «non mi serve».
  • Pensare ad altro. Lavoro, sport, serie: tutto pur di non restare con ciò che senti.
  • Cercare i difetti. Dopo i momenti belli, l'altra persona diventa «troppo» appiccicosa o lenta.
  • Tenere l'uscita aperta e fare da sé. Niente progetti, niente «ti amo», niente richieste.

Non sono bugie né un piano: possono diventare riflessi, spesso poco consapevoli, e per un po' funzionano. Gli esperimenti che le hanno studiate sono riassunti nella guida su come si comporta una persona evitante innamorata.

Il costo arriva dopo: se tieni fuori il bisogno, tieni fuori anche il conforto. Cosa succede dentro la persona dopo la fine di una storia è raccontato nella guida su se l'evitante torna dopo la rottura.

L'attaccamento evitante è la stessa cosa del disturbo evitante di personalità?

No. L'attaccamento evitante descrive come ti regoli nei legami stretti. Il disturbo evitante di personalità è una diagnosi clinica, legata soprattutto ad ansia sociale e timore del giudizio, e può farla solo un professionista. Il nome è simile, ma sono cose diverse.

Il nome genera confusione, e chi cerca «personalità evitante» trova spesso le due cose mescolate. L'attaccamento evitante descrive come ti comporti con le persone a cui tieni, e puoi averlo anche essendo una persona socievole, brillante, con tanti contatti.

Il disturbo evitante di personalità, invece, è una diagnosi clinica: un quadro in cui il timore del giudizio e il sentirsi inadeguati toccano molti ambiti della vita, non solo le relazioni strette. Qui non descriviamo criteri diagnostici, perché solo un professionista può valutarli. Se ansia sociale e vergogna ti limitano nel quotidiano, parlane con uno psicologo, una psicologa o con il medico di base; per orientarti sull'ansia in generale c'è la guida sugli stati d'ansia.

Altra confusione frequente: evitante e narcisista, che molti cercano insieme. Sono concetti diversi, e dalla distanza che una persona mette non si deduce nient'altro sul suo carattere. Chi ha uno stile evitante può anzi soffrire molto per quella distanza. Né un articolo né un test possono dirti cosa «sei».

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L'attaccamento evitante si può cambiare?

Può allentarsi, un passo alla volta. La ricerca sui primi 19 anni di vita mostra una sicurezza di attaccamento moderatamente stabile e non fissa; per gli adulti si parla di esperienze di vicinanza che vanno bene e di un lavoro su di sé, anche con un professionista. Non è un interruttore e non è una promessa: è una direzione, e richiede tempo.

Chi cerca «attaccamento evitante come guarire» o «come si cura» trova promesse nette; la verità è più sobria. Non è una malattia da guarire: è uno stile, e uno stile si può allentare. Fraley (2002) ha messo insieme i dati di ricerche che avevano seguito le stesse persone nel tempo: la sicurezza di attaccamento risulta moderatamente stabile nei primi 19 anni di vita, e le prime esperienze continuano a pesare. Non è scritta nella pietra, ma nemmeno si azzera da sé. Lo studio riguarda i primi anni di vita e non dice come cambia un adulto: una stabilità moderata lascia spazio al cambiamento, ma non lo garantisce.

In letteratura si parla di «sicurezza guadagnata» (earned security) per indicare chi, partito da esperienze difficili, è arrivato a relazioni più sicure grazie a legami successivi o a un percorso di cura. È un concetto discusso e non una garanzia, ma indica che la direzione è pensabile. Va in questo senso anche un modello teorico sulle coppie, raccontato nella guida sull'evitante in amore: propone che l'evitamento cali soprattutto quando dipendere da qualcuno si rivela una cosa buona.

Cosa cambia, in pratica, per un adulto? Noti prima il momento in cui ti chiudi, dai un nome a ciò che senti e a ciò che ti serve, fai qualche esperimento di vicinanza, ti accorgi che alcune relazioni la reggono. Non diventi un'altra persona: l'autonomia resta un valore, ma diventa una scelta e non l'unica via. Per cominciare a conoscerti meglio c'è la guida su come conoscere se stessi.

Come superare l'attaccamento evitante scrivendo?

Per superare l'attaccamento evitante scrivendo funzionano cinque esercizi: il diario dei momenti in cui ti chiudi, il nome del bisogno sotto l'indipendenza, la pagina sulle regole imparate da piccolo, piccoli esperimenti di vicinanza annotati prima e dopo, e scrivere cosa vuoi dire prima di dirlo. Bastano 10-15 minuti, un passo alla volta.

Se la tua strategia è tenere i sentimenti a distanza, una pagina che ti chiede di nominarli può sembrare un'invasione. Ma ha un vantaggio per chi è abituato a fare da sé: non chiede niente a nessuno. Se all'inizio ti sembra innaturale, parti dai fatti e dal corpo e non dalle emozioni: arriveranno.

Pennebaker (1997) ha riassunto un decennio di studi sulla scrittura di esperienze emotive: si associa a miglioramenti di salute fisica e mentale, e a prevederli sono i cambiamenti nel modo di pensare e di scegliere le parole mentre si scrive. Un'avvertenza onesta: nessuno studio ha misurato questi esercizi su persone con attaccamento evitante. Sono applicazioni della scrittura emotiva a questo tema, non una terapia. Per capire come funziona, c'è la guida alla scrittura terapeutica.

1. Il diario dei momenti di ritirata

Ogni volta che ti accorgi di aver cambiato discorso o di aver preso le distanze senza dirlo, annota in tre righe: cosa è successo un attimo prima (il fatto, non l'interpretazione), cosa hai sentito nel corpo (petto stretto, mascella, voglia di alzarti), cosa hai fatto. Parti dal corpo perché una sensazione fisica è spesso più facile da notare di un'emozione. Se nominare cosa senti ti sembra davvero difficile, il test sull'alessitimia misura una difficoltà vicina ma diversa.

Dopo due o tre settimane rileggi: è possibile che le ritirate tornino in occasioni simili, per esempio dopo un weekend insieme o quando l'altra persona piange. Per allenarti a dare un nome preciso a ciò che provi, il diario delle emozioni è lo strumento più diretto.

2. Il nome del bisogno sotto l'indipendenza

Dietro il «faccio da me» c'è spesso un bisogno senza nome: essere al sicuro, non pesare, evitare una delusione, non sentirsi in trappola. Prendi un episodio dal diario e completa tre frasi: Se avessi chiesto aiuto, temevo che..., Quello che mi serviva, e non ho chiesto, era..., Il modo più piccolo per chiederlo sarebbe...

Dare un nome a ciò che si prova è una pratica studiata. In uno studio di risonanza magnetica (Lieberman e colleghi, 2007), mettere in parole l'emozione davanti a immagini negative, rispetto ad altri modi di elaborarle, ha ridotto la risposta dell'amigdala e attivato una zona della corteccia prefrontale. Lo studio usava immagini e non riguardava né l'attaccamento né i bisogni: è un indizio, non una prova, che dare un nome a ciò che senti possa aiutare. Per allenare questa capacità c'è la guida sull'intelligenza emotiva.

3. La pagina delle regole imparate da piccolo

Scrivi le regole che ti sono rimaste addosso, con le parole di allora: non devo pesare, le emozioni si tengono per sé, chiedere porta solo delusioni. Per ciascuna rispondi: da dove l'ho presa? In quale momento mi ha protetto? Oggi è vera sempre, con tutti? Poi riscrivila più larga, per esempio posso chiedere quando serve, a chi mi ha mostrato di esserci. Se ti va, scrivi una lettera a chi eri allora: nella guida alla lettera a se stessi trovi come farlo.

4. Piccoli esperimenti di vicinanza, annotati prima e dopo

Porta la prova nella vita reale. Scegli un gesto piccolo e a basso rischio: dire a qualcuno una cosa vera su come stai, chiedere un favore da poco, dire «stasera ho bisogno di stare per conto mio, ti chiamo domani» invece di sparire. Prima, scrivi cosa temi che succeda, quanto ci credi (da 0 a 10) e cosa faresti d'istinto per proteggerti. Dopo, scrivi cosa è successo davvero, cosa hai sentito nel corpo e quanto ci credi adesso. Per chiedere in modo chiaro e senza accuse, la guida sull'assertività offre frasi pronte.

5. Scrivere cosa vuoi dire prima di dirlo

Nei momenti in cui di solito cambi discorso o sparisci, una bozza scritta ti dà il tempo che il corpo non ti dà. Scrivi tre righe: cosa è successo, cosa sento (una parola sola va bene), cosa mi serve. Leggile ad alta voce una volta; puoi anche mandarle per messaggio, se parlare è troppo. Il confine resta, ma accompagnato da un ritorno («ti scrivo domani»). Se dire di no senza sparire ti riesce difficile, la guida su come imparare a dire di no ha un metodo.

Domande pronte per il diario

  • Quando ho preso le distanze oggi, e cosa è successo un attimo prima?
  • Di cosa avevo bisogno e non l'ho detto?
  • Qual è la regola che mi dice di cavarmela da me?
  • Cosa temo che succeda se chiedo aiuto?
  • Chi, nella mia vita, ha dimostrato di poter reggere un mio bisogno?
  • Quale gesto di vicinanza, piccolo, posso fare questa settimana?
  • Cosa ho ricevuto di bello, l'ultima volta che ho lasciato entrare qualcuno?

Un esempio di pagina

Eccone una, costruita per questa guida e non tratta da una storia vera.

MomentoCosa scrive
Cosa è successoDomenica sera, dopo due giorni con Alex, ho detto che avevo da lavorare e ho preso il treno prima di cena.
Nel corpoPetto stretto, mascella serrata, voglia di aria. Come in una stanza senza finestre.
Cosa ho pensato«Troppo tempo insieme.» Poi: «Alex fa sempre mille domande.»
Cosa ho fattoHo risposto al messaggio di Alex solo il giorno dopo, con una riga.
Il bisogno sottoAvere la certezza di poter andare e tornare senza che diventi una scena.
Un passo piccoloLunedì scrivo: «Dopo il weekend ho avuto bisogno di un po' di tempo per me, non è per te. Mi faccio sentire mercoledì sera.»

Rileggi dopo due settimane, non prima: quante volte la ritirata è arrivata dopo un momento di grande vicinanza? Anche un solo schema riconosciuto è già un risultato. Se dopo la ritirata la mente rivede la scena in loop, la guida all'overthinking in amore propone pagine per quei momenti.

Quando è il caso di parlarne con un professionista?

È il caso di parlarne con un professionista quando la distanza ti fa soffrire o ti isola, quando le relazioni finiscono sempre allo stesso modo, quando umore basso o ansia durano settimane, o quando la scrittura fa riaffiorare ricordi che non riesci a gestire. Una psicoterapia, anche di coppia, può essere d'aiuto.

La scrittura aiuta, ma non sostituisce un professionista. Conviene parlarne se per settimane:

  • la solitudine pesa e le relazioni, una dopo l'altra, finiscono nello stesso modo;
  • ti isoli da amici e famiglia, o non chiedi aiuto nemmeno quando stai molto male;
  • l'umore resta basso, l'ansia non cala o il sonno ne risente;
  • la scrittura riporta a galla ricordi dolorosi che non riesci a gestire da te;

Puoi partire dal medico di base, oppure cercare uno psicologo, una psicologa o una persona che fa psicoterapia. Se hai paura dell'altra persona o delle sue reazioni, non è una questione di stile di attaccamento: in Italia il 1522 è il numero gratuito contro violenza e stalking, attivo 24 ore su 24. Se arrivano pensieri di farti del male, non aspettare: chiedi aiuto subito al medico, al pronto soccorso o al 112.

E se a vivere accanto a una persona evitante sei tu, la guida su cosa fare, e cosa evitare, con un partner evitante spiega come restare vicino senza rincorrere e senza perderti.

Come ti aiuta Deva a notare quando ti chiudi?

Il punto difficile è accorgersi della ritirata mentre accade. Deva Mastery è un'app di journaling guidato. Deva, il Tutor, ti fa una domanda alla volta, fino a cinque, e ti accompagna dal «ho solo bisogno di spazio» al bisogno che c'è sotto. Dopo ogni diario una riflessione dà un nome all'emozione e, nel tempo, ti mostra quelle che tornano. Tra i nove Percorsi a capitoli c'è quello sulle Relazioni. Con l'account gratuito, senza carta, hai 3 diari con la riflessione e un Percorso completo. Deva non fa diagnosi e non sostituisce un professionista. Prova il percorso sulle Relazioni gratis.

Fonti

  • Bartholomew, K., e Horowitz, L. M. (1991). Attachment styles among young adults: A test of a four-category model. Journal of Personality and Social Psychology, 61(2), 226-244. doi.org/10.1037/0022-3514.61.2.226
  • Fraley, R. C. (2002). Attachment stability from infancy to adulthood: Meta-analysis and dynamic modeling of developmental mechanisms. Personality and Social Psychology Review, 6(2), 123-151. doi.org/10.1207/S15327957PSPR0602_03
  • Fraley, R. C., e Shaver, P. R. (2000). Adult romantic attachment: Theoretical developments, emerging controversies, and unanswered questions. Review of General Psychology, 4(2), 132-154. doi.org/10.1037/1089-2680.4.2.132
  • Hazan, C., e Shaver, P. (1987). Romantic love conceptualized as an attachment process. Journal of Personality and Social Psychology, 52(3), 511-524. doi.org/10.1037/0022-3514.52.3.511
  • Lieberman, M. D., Eisenberger, N. I., Crockett, M. J., Tom, S. M., Pfeifer, J. H., e Way, B. M. (2007). Putting feelings into words: Affect labeling disrupts amygdala activity in response to affective stimuli. Psychological Science, 18(5), 421-428. doi.org/10.1111/j.1467-9280.2007.01916.x
  • Mikulincer, M., e Shaver, P. R. (2003). The attachment behavioral system in adulthood: Activation, psychodynamics, and interpersonal processes. Advances in Experimental Social Psychology, 35, 53-152. doi.org/10.1016/S0065-2601(03)01002-5
  • Pennebaker, J. W. (1997). Writing about emotional experiences as a therapeutic process. Psychological Science, 8(3), 162-166. doi.org/10.1111/j.1467-9280.1997.tb00403.x

Domande frequenti

Come si manifesta l'attaccamento evitante in una relazione?

Con un bisogno di spazio che cresce quando cresce la vicinanza: risposte più brevi dopo giorni intensi, discorsi sul futuro rimandati, fastidio quando l'altra persona piange o chiede conferme, fatica a dire cosa si prova. Spesso l'affetto passa dai fatti più che dalle parole. Sono tendenze e non prove: contano il disegno che formano nel tempo e se dopo la distanza c'è un ritorno.

Si può guarire dall'attaccamento evitante?

Non è una malattia, quindi più che guarire si parla di allentare. La ricerca sui primi 19 anni di vita mostra una sicurezza di attaccamento moderatamente stabile, non fissa. Per gli adulti l'idea diffusa è che uno stile possa allentarsi con esperienze di vicinanza che vanno bene e con un lavoro su di sé, anche con una psicoterapia, ma non è una garanzia. Aspettati piccoli passi e qualche passo indietro, non una svolta improvvisa.

Da cosa nasce l'attaccamento evitante?

L'ipotesi più diffusa è che nasca da cure poco sensibili ai bisogni emotivi: chiedere conforto non funzionava o sembrava un peso, e si imparava a cavarsela da sé. È un'ipotesi e non una colpa dei genitori, e non spiega ogni caso, perché contano anche le esperienze successive. Capirne l'origine serve a leggerti con più gentilezza, non a cercare un colpevole.

Qual è la differenza tra attaccamento ansioso ed evitante?

Con l'attaccamento ansioso la paura è dell'abbandono, e quando senti distanza cerchi vicinanza e conferme. Con l'attaccamento evitante la paura è di dipendere, e quando senti troppa vicinanza cerchi spazio. Sono reazioni opposte alla stessa situazione, ed è per questo che in coppia può capitare che una persona insegua e l'altra si ritragga.

L'attaccamento evitante è un disturbo?

No: è uno stile di attaccamento, cioè un modo di regolarti nei legami stretti, e non una diagnosi. Non va confuso con il disturbo evitante di personalità, una diagnosi clinica che riguarda soprattutto ansia sociale e timore del giudizio. Se la distanza ti fa soffrire o restringe la tua vita, uno psicologo o una psicologa può aiutarti a capire cosa c'è.

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