Junk journaling: cos'è e come iniziare (con quello che hai già in casa)
Biglietti del treno, scontrini, buste, ritagli di riviste: il junk journaling è il diario di chi non sa disegnare e non vuole comprare niente. Qui trovi cos'è davvero, in cosa è diverso da scrapbook e bullet journal, i materiali che hai già in casa, i sette passi per la prima pagina e come farlo diventare anche scrittura.

Il junk journaling è un modo di tenere un diario incollando in un quaderno carta "di scarto" che hai già: biglietti, scontrini, buste, ritagli di riviste, etichette, mappe, pagine di vecchi libri, spesso con qualche riga scritta a mano accanto. Nasce nella comunità del paper crafting ed è esploso sui social perché costa zero e non chiede di saper disegnare. Non è scrapbooking (niente foto perfette) né bullet journal (niente liste): è un collage imperfetto della vita quotidiana. Funziona meglio se sotto ogni pezzo scrivi una riga: cosa mi dice questo? Così il collage diventa scrittura riflessiva.
Un biglietto del treno spiegazzato, lo scontrino del bar in cui hai pianto, la busta di una lettera arrivata a mano, un ritaglio di rivista con una parola che ti è rimasta addosso. Roba che di solito finisce nel cestino. Il junk journaling è l'idea, semplicissima, di incollarla in un quaderno prima che sparisca, e di scriverci accanto due righe.
Se hai cercato "junk journaling" probabilmente hai visto pagine stratificate, bellissime, che sembrano richiedere un pomeriggio libero e un negozio di cartoleria. Questa guida serve a togliere quell'impressione. Vediamo cos'è davvero (e cosa non è), in cosa è diverso da scrapbook, art journal e bullet journal, cosa ti serve (ce l'hai già), come fare la prima pagina in sette passi, otto idee da cui partire e, la parte che ci sta più a cuore, come trasformarlo in una forma di scrittura che ti fa capire qualcosa di te.
Cos'è il junk journaling?
Il junk journaling è una pratica di diario in cui la pagina si costruisce incollando materiali di carta "di scarto" (in inglese junk, appunto): biglietti, scontrini, buste, etichette, ritagli, mappe, pagine di libri rovinati, bustine di tè. Sopra o accanto ai pezzi, di solito, si scrive qualcosa: una data, una riga, a volte un paragrafo intero. Il risultato è un quaderno pieno di strati, imperfetto per scelta, che racconta la tua vita attraverso gli oggetti che l'hanno attraversata.
Il nome viene dalla comunità del paper crafting anglosassone, dove "junk journal" indicava in origine un quaderno fatto a mano rilegando carta riciclata: buste, sacchetti del pane, copertine di vecchi libri. Con i social il significato si è allargato e oggi quasi tutti lo usano per indicare la pratica, non l'oggetto: prendi un quaderno qualsiasi e lo riempi con quello che avresti buttato. È esploso su TikTok, Instagram e YouTube per due ragioni molto concrete. Costa zero, perché il materiale è proprio quello che ti passa per le mani ogni giorno. E non chiede di saper disegnare: incolli, strappi, scrivi, e la pagina viene bene proprio perché non deve venire bene.
Se ti interessa la famiglia allargata di queste pratiche (collage, disegno, colori, scrittura visiva), il fratello maggiore è il journaling creativo: il junk journaling ne è la versione più povera di mezzi e, forse proprio per questo, la più facile da cominciare stasera.
Tre cose che il junk journaling non è, per sgomberare il campo. Non è un album da mostrare: nessuno lo deve vedere, e le pagine più vere sono spesso le più brutte. Non è un lavoro artistico con regole di composizione. E non è una raccolta di tutto: scegliere cosa incollare, e cosa lasciare andare, è già metà della pratica.
Junk journal, scrapbook o bullet journal: che differenza c'è?
Si confondono spesso, e in effetti si assomigliano: vivono tutti in un quaderno e tutti possono avere colla, foto e scrittura. La differenza sta nel materiale di partenza e nello scopo.
| Junk journal | Scrapbook | Art journal | Bullet journal | |
|---|---|---|---|---|
| Materiale di base | Carta di scarto che hai già | Foto stampate, carta decorata comprata | Colori, pennelli, collage | Penna e quaderno puntinato |
| Scopo | Conservare tracce della vita quotidiana | Raccontare bene un evento | Esprimere un'emozione con immagini | Organizzare compiti, abitudini, umore |
| Estetica | Volutamente imperfetta, a strati | Curata, pulita | Libera, pittorica | Ordinata, minimale |
| Costo | Quasi zero | Medio-alto | Medio | Basso |
| Serve saper disegnare? | No | No | Aiuta | No |
| Quanta scrittura | Una riga accanto a ogni pezzo | Didascalie | Variabile, spesso poca | Liste e simboli |
In pratica: lo scrapbook parte dalle foto e vuole raccontare bene un evento; l'art journal parte da un'emozione e la esprime con colori e immagini; il bullet journal parte dalla penna e serve a organizzare (compiti, abitudini, umore) con liste e simboli. Il junk journal parte dagli scarti e serve a conservare tracce della vita quotidiana, con un'estetica che accetta la piega, la macchia e lo strappo. Nulla vieta di mischiarli: molte persone tengono un bullet journal per la settimana e un junk journal per i ricordi, oppure una sezione di ciascuno nello stesso quaderno.
Perché fa bene (e cosa non promette)
Qui è bene essere onesti, perché in giro si legge di tutto. Non esiste "una scienza del junk journaling": nessuno studio serio ha misurato gli effetti di incollare scontrini in un quaderno, e chi te lo vende come terapia sta esagerando. Quello che esiste sono quattro cose che chiunque lo pratichi riconosce, più un pezzo di ricerca che riguarda la parte scritta.
Le mani impegnate. Strappare, provare, incollare tiene le mani occupate e la testa in un posto solo. È lo stesso motivo per cui impastare, fare la maglia o riordinare un cassetto calmano: un compito manuale con un risultato visibile, senza schermo.
Zero perfezionismo. Il materiale è scarto per definizione: non puoi rovinarlo, e la pagina non ha uno standard da rispettare. Per chi si blocca davanti al foglio bianco o davanti al quaderno "troppo bello per scriverci", questa è una porta di servizio che funziona.
La memoria degli oggetti. Un biglietto del cinema ricorda quella sera meglio di una frase scritta a posteriori, perché lo hai avuto in tasca. Un junk journal è una memoria fisica: quando lo riapri, non rileggi cosa è successo, lo tocchi.
La lentezza. Non si fa una pagina in trenta secondi. Scegliere, disporre, incollare, scrivere una riga: sono venti o trenta minuti in cui non stai scorrendo niente. Per molte persone è la parte che conta più di tutte.
E poi c'è la scrittura. Se sotto ai pezzi scrivi davvero qualcosa (cosa provi, cosa ti ricorda, cosa ti dice), stai facendo scrittura riflessiva, e su quella la ricerca c'è: mettere in parole un'esperienza aiuta a elaborarla e la rende più maneggiabile, come mostrano i lavori di James Pennebaker sulla scrittura espressiva. Scrivere a mano, inoltre, costringe a rielaborare invece di trascrivere, un effetto che Mueller e Oppenheimer hanno osservato negli appunti presi a penna rispetto a quelli al computer. Detto in modo semplice: il collage da solo è un bel gesto; il collage con una riga sincera sotto diventa journaling vero e proprio, con i benefici che ne conosciamo.
Cosa serve per iniziare?
Quasi tutto ce l'hai già. L'unico acquisto sensato, se proprio, è una colla stick. Ecco la lista, divisa in base e materiale.
La base
- Un quaderno qualsiasi. Anche mezzo usato, anche a righe, anche l'agenda dell'anno scorso: le pagine già scritte diventano sfondo. Meglio con la carta un po' spessa, ma non è obbligatorio.
- Colla stick o nastro adesivo di carta. Il nastro washi è bello ma costa; lo scotch di carta da ferramenta fa lo stesso lavoro e ci si scrive sopra.
- Forbici, o le mani. Strappare è una scelta estetica legittima, e spesso viene meglio.
- Una penna che scrive su quasi tutto. Una biro va benissimo.
- Una busta o una scatola da scarpe dove raccogliere i pezzi durante la settimana.
Il materiale (la parte "junk")
- Biglietti: treno, autobus, cinema, museo, concerto, parcheggio.
- Scontrini, soprattutto quelli di un posto che ricorderai.
- Buste, francobolli, cartoline, i timbri delle raccomandate.
- Ritagli di riviste, giornali e volantini: parole, titoli, dettagli di immagini.
- Etichette: del tè, della marmellata, del vino di una cena, della camicia nuova.
- Mappe e dépliant turistici, anche quelli presi all'ingresso e mai aperti.
- Pagine di vecchi libri rovinati, calendari scaduti, spartiti, dizionari da buttare.
- Bustine di zucchero e di tè, sacchetti del pane, carta da pacco, scatole di cereali (bella la parte interna, grigia).
- Foto stampate male, biglietti da visita, adesivi della frutta, fili, nastri, un bottone.
- Se vuoi un tocco in più senza spendere: un timbro con la data, se in casa ne gira uno.
La regola è una sola: non comprare niente prima di aver fatto tre pagine. Il junk journaling nasce dallo scarto, e il modo più sicuro per non iniziare mai è aspettare di avere il materiale "giusto".
Quando qualcosa ti pesa, di solito...
Come si fa la prima pagina?
Sette passi, mezz'ora, nessuna abilità richiesta. Fatta la prima, le altre vengono da sole.
1. Prendi il quaderno che hai già
Non aprirne uno nuovo apposta: la pagina bianca del quaderno nuovo intimidisce. Usa quello che c'è, magari partendo da una pagina in mezzo, così non c'è la pressione della "prima pagina".
2. Raccogli per una settimana
Metti una busta in borsa o nella tasca del cappotto e per sette giorni tieni tutto quello che avresti buttato: biglietti, scontrini, l'etichetta della bottiglia della cena. Non selezionare ancora, raccogli e basta. A fine settimana avrai più materiale di quanto pensi.
3. Scegli un tema piccolo
Non "la mia vita", ma "martedì" oppure "il weekend a Torino" oppure "quello che ho in tasca adesso". Un tema piccolo rende facile scegliere cosa incollare e cosa no, e ti impedisce di voler mettere tutto.
4. Disponi senza colla
Spargi i pezzi sulla pagina e spostali finché non ti piace il modo in cui stanno insieme. Sovrapponi, ruota, strappa un bordo. Questa è la parte divertente, e nessuno la vede: prenditi il tempo. Quando qualcosa ti convince, fotografalo col telefono per ricordare la disposizione.
5. Incolla a strati, dal grande al piccolo
Prima i pezzi più grandi (la mappa, la pagina di libro, la carta da pacco) che fanno da sfondo, poi quelli medi, infine i dettagli: il francobollo, la parola ritagliata. Usa poca colla e fissa gli angoli con il nastro di carta: se un pezzo si stacca un po', va bene così.
6. Scrivi una riga sotto ogni pezzo
È il passo che distingue un collage da un diario. Accanto o sotto a ogni pezzo, una riga: cos'è, quando, e soprattutto cosa ti dice. Non deve essere bella né lunga. Più avanti trovi esempi concreti di come suonano queste righe.
7. Metti la data e lascia la pagina in pace
Scrivi la data, chiudi il quaderno, e non tornarci sopra per "sistemare". La pagina è finita quando smetti, non quando è perfetta. Se ti sembra brutta, perfetto: sei nel posto giusto. Tra un mese la rileggerai e ti sembrerà la più vera di tutte.
Quali idee di pagine funzionano?
Otto pagine da cui partire, dalla più semplice alla più profonda. Puoi farne una alla settimana, o ripetere sempre la stessa.
1. La giornata
Tutto quello che ti è passato per le mani in un giorno normale: lo scontrino della colazione, il biglietto del tram, il post-it della riunione, la carta in cui era avvolto il panino. Una riga per ogni pezzo. È la pagina più facile e, riletta dopo mesi, la più sorprendente: le giornate normali sono quelle che dimentichiamo.
2. Un viaggio
La pagina classica del junk journal: biglietti aerei o del treno, la mappa piegata, gli scontrini in un'altra lingua, la bustina di zucchero del bar, il braccialetto del museo. Il trucco è fare la pagina entro pochi giorni dal ritorno, quando i pezzi hanno ancora un odore.
3. Un mese in una pagina
Trenta giorni, una pagina sola: scegli al massimo dieci pezzi che raccontano il mese. Costringe a scegliere e a rispondere a una domanda utile: cosa ha contato davvero, di tutto quello che è successo?
4. "Cose che ho quasi buttato"
Una pagina fatta solo di oggetti salvati dal cestino all'ultimo secondo, con accanto il motivo per cui li hai tenuti. Sembra un gioco, e invece è una delle pagine più rivelatrici: ciò che non riesci a buttare dice molto su ciò a cui sei attaccato.
5. Una persona
Le tracce di qualcuno: la busta di una sua lettera, il biglietto del cinema visto insieme, l'etichetta del vino che porta sempre, un suo post-it. Con una riga sotto ogni pezzo diventa un ritratto, e a volte una lettera che non spedirai.
6. Un'emozione
Parti dall'emozione ("stanchezza", "attesa", "sollievo") e cerca nei tuoi scarti i pezzi che le somigliano: colori, parole ritagliate, la ricevuta della farmacia, il biglietto dell'appuntamento a cui non volevi andare. È la pagina più vicina all'art journal e al diario delle emozioni, e quella in cui scrivere conta di più.
7. Una playlist
Scrivi a mano i titoli delle canzoni che ti hanno accompagnato in un periodo, e accanto incolla quello che quel periodo ha lasciato: un biglietto di concerto, un ritaglio, un'etichetta. La musica riporta le emozioni; i pezzi le fissano sulla carta.
8. Una stagione
Una pagina per l'autunno, una per l'inverno: la foglia pressata, il cartoccio delle caldarroste, il biglietto della pista di pattinaggio, il fiore secco. Si fa in quattro appuntamenti all'anno ed è il modo più dolce per accorgersi che il tempo passa e che tu, nel frattempo, sei cambiato.
Come unirlo alla scrittura?
Il junk journaling, da solo, è un bel gesto manuale. Diventa una pratica di consapevolezza quando aggiungi una regola semplice: una riga sotto ogni pezzo, guidata da una domanda sola, cosa mi dice questo?
Non "cos'è" (quello lo vedi), ma cosa ti dice: perché lo hai tenuto, cosa ti ricorda, cosa ti fa sentire adesso che lo guardi incollato. La riga può essere banale o profondissima, e non sai mai quale delle due sarà finché non la scrivi. Ecco come suonano quattro righe vere, nello stile in cui la gente scrive davvero.
Se noti, nessuna di queste righe è "scritta bene". Sono vere, e questo basta. Tre accorgimenti per farle funzionare.
- Scrivi subito, non dopo. La riga va scritta mentre incolli, quando il pezzo è ancora caldo. Dopo una settimana diventa una didascalia.
- Una domanda in più, ogni tanto. Quando una riga ti sorprende, non chiuderla lì: giraci intorno con un'altra domanda ("e perché mi pesa?", "cosa vorrei fare con questo?"). È lo stesso movimento verso la radice che usiamo nel diario guidato.
- Chiudi la pagina con una riga di senso. In fondo, una frase sola: cosa porto via da questa pagina. Oppure, se la pagina è piena di cose belle, una riga di gratitudine specifica, come nel diario della gratitudine: non "grata per la giornata", ma "grata per il caffè delle 8, da sola, in silenzio".
Il resto è tempo. Dopo cinque o sei pagine, rileggile in fila: vedrai tornare le stesse parole, gli stessi posti, le stesse persone. È lì che il junk journal smette di essere un quaderno di ricordi e diventa uno specchio.
Gli errori più comuni (e come evitarli)
Comprare un kit. Esistono kit di junk journaling da decine di euro, con carta invecchiata finta, adesivi "vintage" e biglietti stampati apposta. È il contrario della pratica: incolli lo scarto di qualcun altro invece del tuo. Un kit può essere un regalo carino, ma non è il modo di iniziare.
Imitare Pinterest. Le pagine che vedi sui social sono fatte per essere fotografate, spesso da persone che lo fanno da anni e vendono corsi. Se il tuo riferimento è quello, la tua pagina ti sembrerà sempre sbagliata. Il riferimento giusto è la tua pagina di ieri.
Le pagine belle e vuote. È l'errore più sottile: pagine curate, equilibrate, piene di pezzi, e senza una riga scritta. Sono decorazione. Non c'è niente di male, ma non ti diranno nulla tra un anno. Una riga storta sotto uno scontrino vale più di una composizione perfetta.
Aspettare di avere abbastanza materiale. Dopo una settimana ne hai già troppo. Se aspetti "il viaggio" o "l'occasione", stai rimandando.
Voler mettere tutto. Una pagina con venti pezzi non racconta niente. Scegli, e butta il resto senza rimorso: la scelta è parte del diario.
Strappare le pagine che non ti piacciono. Le pagine brutte sono documenti. Lasciale dove sono; tra sei mesi saranno le tue preferite.
Trasformarlo in un dovere. Nessuna frequenza obbligatoria: una pagina al mese va benissimo. Il giorno in cui diventa una casella da spuntare, salta, e torna quando hai voglia di incollare qualcosa.
E se vuoi anche una copia digitale?
Il junk journal è per natura di carta, e la carta ha i suoi limiti: non si cerca per parola, non è con te quando sei fuori, e se perdi il quaderno perdi tutto. La soluzione più semplice è fotografare la pagina appena finita, con una buona luce, e tenerla in un album dedicato sul telefono. Non sostituisce il quaderno: lo protegge, e ti permette di rileggere le righe anche in treno.
Se usi un'app di diario che sa leggere la scrittura a mano, puoi fare un passo in più. Deva, per esempio, permette di fotografare una pagina scritta a mano e di leggerla: le righe che hai scritto sotto ai pezzi diventano una voce del diario, con la stessa riflessione che riceveresti scrivendo direttamente nell'app, e restano insieme agli altri tuoi diari, dove Deva può notare nel tempo cosa torna. Il collage resta sulla carta, dove deve stare; le parole viaggiano. Se ti interessa il ragionamento completo su cosa tenere su carta e cosa in digitale, c'è il confronto tra diario digitale e cartaceo.
Come Deva ti aiuta
Deva non ti serve per incollare: per quello bastano colla e scarti. Ti serve per la parte scritta, che è quella dove quasi tutti si fermano. Deva è un tutor che ti accompagna nella scrittura: quando fotografi la pagina o scrivi le tue righe nell'app, ti restituisce con delicatezza cosa c'è sotto (spesso un'emozione più precisa di quella dichiarata), ti fa la domanda successiva, quella che porta dal "cosa mi dice questo" al perché, e nel tempo nota quali temi tornano da una pagina all'altra. Non giudica la composizione: legge le parole. Ed è esattamente il pezzo del junk journaling che fa la differenza tra un quaderno bello e un quaderno che ti fa capire qualcosa.
Da dove iniziare oggi
Prendi una busta e mettila in borsa. Per sette giorni tieni quello che avresti buttato. Domenica, mezz'ora, un quaderno qualsiasi, una colla stick: scegli cinque pezzi, incollali, e sotto ognuno scrivi una riga che risponda a "cosa mi dice questo?". Metti la data. Chiudi. Non tornarci sopra.
Se vuoi che qualcuno ti faccia la domanda successiva, fai il quiz dell'archetipo interiore (due minuti, gratuito): Deva ti accoglie con una prima domanda su misura e tre diari guidati gratis, e quando la pagina di carta è pronta puoi fotografarla e continuare da lì. Il junk journaling non ti chiede di essere creativo. Ti chiede solo di non buttare via, per una volta, le tracce della tua giornata.
Fonti
- Mueller, P. A., e Oppenheimer, D. M. (2014). The Pen Is Mightier Than the Keyboard. Psychological Science. doi.org/10.1177/0956797614524581
- Pennebaker, J. W. (1997). Writing About Emotional Experiences as a Therapeutic Process. Psychological Science. doi.org/10.1111/j.1467-9280.1997.tb00403.x
Domande frequenti
Cos'è il junk journaling, in poche parole?
Il junk journaling è un modo di tenere un diario incollando in un quaderno carta "di scarto" che hai già: biglietti del treno, scontrini, buste, etichette, ritagli di riviste, mappe, pagine di vecchi libri. Accanto ai pezzi si scrive qualcosa, anche una riga sola. Nasce nella comunità del paper crafting, dove indicava un quaderno rilegato a mano con carta riciclata, ed è esploso sui social perché costa zero e non chiede di saper disegnare. Il risultato è un collage imperfetto, stratificato, della tua vita quotidiana.
Che differenza c'è tra junk journal, scrapbook e bullet journal?
Cambiano il materiale di partenza e lo scopo. Lo scrapbook parte dalle foto e da carta decorata comprata apposta, e vuole raccontare bene un evento: è curato e costa. Il bullet journal parte dalla penna e serve a organizzare compiti, abitudini e umore con liste e simboli: è ordinato e minimale. Il junk journal parte dagli scarti (biglietti, scontrini, buste) e serve a conservare tracce della vita quotidiana con un'estetica volutamente imperfetta: costa quasi zero. Puoi tenerli tutti e tre, anche nello stesso quaderno.
Cosa serve per iniziare un junk journal?
Un quaderno qualsiasi (anche mezzo usato), una colla stick o del nastro adesivo di carta, forbici o le mani, una biro e una busta dove raccogliere i pezzi durante la settimana. Il materiale è quello che avresti buttato: biglietti, scontrini, buste, francobolli, ritagli di riviste, etichette, mappe, dépliant, pagine di vecchi libri, bustine di tè, sacchetti del pane, scatole di cereali. Non comprare niente prima di aver fatto tre pagine: i kit con carta invecchiata finta sono il contrario della pratica, perché incolli lo scarto di qualcun altro invece del tuo.
Devo saper disegnare o essere "creativo"?
No, ed è il motivo per cui il junk journaling è esploso. Non si disegna: si strappa, si sovrappone, si incolla e si scrive una riga. Il materiale è scarto per definizione, quindi non puoi rovinarlo, e la pagina non ha uno standard da rispettare. Le pagine che vedi sui social sono fatte per essere fotografate da persone che lo fanno da anni; il tuo riferimento non è quello, è la tua pagina di ieri. Se ti blocchi davanti al foglio bianco, questa è la porta di servizio: la prima pagina viene brutta, e va benissimo così.
Il junk journaling fa bene davvero?
Onestamente: non esiste una ricerca specifica sul junk journaling, e chi lo presenta come una terapia esagera. Quello che riconosce chiunque lo pratichi sono quattro cose: le mani impegnate in un compito senza schermo, l'assenza di perfezionismo (è scarto, non puoi sbagliare), la memoria fisica degli oggetti e la lentezza. La parte che ha basi solide è la scrittura: se sotto ogni pezzo scrivi una riga sincera su cosa ti dice, stai facendo scrittura riflessiva, e su quella gli studi di Pennebaker mostrano effetti reali, anche se moderati. Il collage è il gesto, la riga è il beneficio.
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